Il clan quando la realtà supera di gran lunga la fantasia

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Presentato lo scorso anno alla Biennale di Venezia Il Clan diretto e sceneggiato da Pablo Trapero, che ha anche preso parte al montaggio del film,curando in toto la sua creatura, aveva riscosso buon successo di critica ed era molto piaciuto alla giuria.

Passo successivo è stato quindi la sua distribuzione nelle sale italiane a partire dal 25 Agosto di questo anno, ma il successo atteso di pubblico e critica,non è stato pari alle aspettative.

La storia narra le vicende  realmente avvenute a cavallo degli anni ’80 in Argentina della famiglia Puccio, una famiglia tranquilla, benestante, con una madre insegnante e cinque figli devoti, che oltre il velo dell’apparenza nascondeva l’orrore più bieco e feroce.

Si, perché in realtà la beneducata famiglia borghese è una banda di feroci delinquenti, dedita a rapimenti ed omicidi per conto dello stato militare prima, e per tornaconto personale poi, ossessionata dalla smania di arricchirsi e prendere piede nell’alta società argentina.

Il fulcro della famiglia è il padre-padrone, Arquímedes, un personaggio torbido e inquietante,mirabilmente interpretato da Guillermo Francella, un padre che mantiene il suo ascendente sui figli con un subdolo terrore patriarcale, che usa un tono suadente e pacato per mascherare una ferocia incontrollabile instillata nelle sue vittime, i suoi stessi figli, primo fra tutti il primogenito Alejandro, giocatore di rugby nella squadra dei Los Pumas, che ha come compito quello di individuare e adescare le vittime nei ragazzi dell’alta società.

La storia, l’orrore sono raccontati attraverso i suoi occhi, attraverso le sue paure e la totale devozione a quel padre carnefice, che lo manipola e lo opprime, e sarà proprio la sua mancanza di coraggio a costargli davvero cara.

Nonostante tutte le premesse positive però, il film non riesce ad elevarsi da uno standard mediocre, e il fatto è reso ancora più palese dagli incassi del botteghino,che non hanno raggiunto neanche 100.000 euro.

E’ un peccato questo, perchè gli ingredienti per un’opera di valore c’erano tutti, storia personaggi, un regista capace, ma come spesso succede, la confezione finale risulta troppo formale e priva di autentico pathos, nonostante la magistrale interpretazione dei protagonisti.