Recensione film Gravity: fantascienza con poca “fanta” e molta “scienza”, ma soprattutto tensione

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Dopo il grande film di fantascienza serio “I Figli degli Uomini” (2006), ottimo ma sottovalutato, nel 2013 il regista Alfonso Cuaròn ci delizia con un altro film di fantascienza serio: Gravity in 3D, dove però prevale di più la “scienza” ripetto alla fantasia.

Infatti il film Gravity -uscito al cinema in Italia il 3 Ottobre 2013- è più un film drammatico, quasi catastrofico, sulla falsariga di “Marooned-Abbandonati Nello Spazio” (film del del 1969) di John Sturges, e soprattutto del film “Apollo 13” (1995) di Ron Howard. Ed è proprio quest’ ultimo e citato film ad avere analogie con Gravity, a cominciare dall’estremo realismo delle sequenze e delle ambientazioni, con l’assenza di gravità anche dentro le capsule e le stazioni spaziali, ricreate con incredibile somiglianza alle originali.

Gli effetti speciali ci sono nel film Gravity, e sono funzionali ala trama: assenza di gravità, giochi di luce, riflessi e soprattutto l’assenza di suoni (come esplosioni, accensione di razzi, scontri) nello spazio, che dà un estremo realismo.

Ovviamente un film ambientato nello spazio, che parla di tragedie spaziali e vuole farlo con estremo realismo, tira in ballo la pietra di paragone per eccellenza: “2001-Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick (film del 1968).
E infatti il regista Alfonso Cuaròn lo sa bene, si aspetta questo paragone e decide di omaggiare il capolavoro di Kubrick in un paio di sequenze del suo film Gravity: quella dell’astronauta che si allontana alla deriva nello spazio e quella, molto più palese, dello “strip-tease” di Sandra Bullock nella navicella a gravità zero, che si leva la tuta spaziale rimanendo in slip e canottiera proprio come Ripley in Alien (altra citazione nella citazione).
Questa inquadratura di Sandra Bullock è infatti identica alla hostess che nel film “2001-Odissea nello Spazio” percorreva la passerella ad anello della navetta.
Alla fine dello “strip-tease”, nel film Gravity Sandra Bullock è stremata e -sempre in assenza di gravità- si mette in posizione fetale, esattamente come il “bambino delle stelle” nel finale del capolavoro di Kubrick.

Nessuno ha ancora apertamente parlato di “capolavoro” per questo nuovo film Gravity di Alfonso Cuaròn, nonostante le interessanti tematiche trattate, le diverse chiavi di lettura, il finale aperto e interpretabile. Ci sono state perfino delle conferenze di luminari per discutere il presunto realismo di alcune scene del film.
Ma il cinema è anche magia, è saper conviciere, ammaliare, ipnotizzare e meravigliare con argomenti che, ragionandoci, possono anche non essere veri.
Tutta l’azione del film Gravity dura esattamente quanto il film stesso, quei novanta minuti in cui la vita degli astronauti in orbita bassa attorno alla Terra cambia di botto: gli astronauti si ritrovano scaraventati tra la vita e la morte, costretti a gesti estremi per salvarsi la vita e rientrare a terra prima che tutto il loro habitat artificiale si sbricioli inesorabilmente.

Il film Gravity è una grande prova attoriale per un robusto e sornione George Clooney, che offre battutine sdrammatizzanti e illuminanti rivelazioni per la protagonista.
Ma un plauso va anche ad una ritrovata Sandra Bullock che, dopo un periodo cinematografico offuscato da scialbe commediole poliziesche, finalmente riesce a dare il meglio di sè in un film dove appare sempre struccata, coi capelli corti, sudata e atterrita, ma soprattutto capace di interpretare una vasta gamma di emozioni e capace di essere credibilissima nel suo ruolo. Sandra Bullock è una nuova Ripley, ma più fragile, più credibile, più umana.

Infine una “standing-ovation” va al regista Alfonso Cuaròn, coraggioso per la scelta del copione ma anche bravissimo a gestire movimenti di macchina e inquadrature, con lunghissimi piani-sequenza che hanno dell’incredibile.
Alfonso Cuaròn ci aveva già deliziato con questi suoi caratteristici piani-sequenza nel sopra citato film “I Figli degli Uomini”, ma in Gravity il film inizia addirittura con un unico piano-sequenza che dura più di un quarto d’ora. In realtà si tratta di più sequenze montate ad arte digitalmente che sembrano una sola ed unica sequenza.

Gravity è un grande film, che definire solo di fantascienza è limitativo. Sicuramente è un film da non perdere, anche e soprattuttto per l’alto grado di tensione che offre, e di tensione ce n’è per tutti: per chi soffre di claustrofobia, di agorafobia e di vertigini!
Gravity offre ciò per cui il cinema è nato: spettacolo e fuga dalla realtà quotidiana.

(Articolo a cura di: IL MiB)